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Marco Saia, il coraggio, la tenacia del corpo e l'equilibrio della mente

Della breve parentesi da rugbista il suo fisico non porta traccia. Asciutto e nervile, ora racconta chiaramente una vita passata tra sci, alpinismo, arrampicate e una passione costante e coerente per tutto ciò che è endurance.

Marco Saia, 35 anni, sembra aver un bisogno innato e quasi ingiustificabile di mettersi alla prova, di chiedere al suo fisico sforzi, la cui buona riuscita è però altrettanto indissolubilmente legata alla forza dell'animo e all'equilibrio della mente.

Questo è quello che affascina di lui mentre, nella pausa tra un esercizio e l'altro in Europa Sporting Club, ti racconta le sue gesta e, soprattutto, le emozioni forti che ne derivano.

D - Proviamo a riassumere i tratti salienti del tuo percorso di atleta.

Ho sempre fatto sport che richiedessero al mio fisico un certo impegno nonché un particolare legame con la montagna, gli sterrati e i luoghi più impervi, come per esempio anche i ghiacciai.

Quindi Marco sfodera un elenco di titoli, prove e piazzamenti, con l'umiltà e la normalità di chi sembra non ci veda nulla di eccezionale in quello che fa o, forse dovremmo dire, di chi probabilmente non ne può fare a meno perché questa è la sua vita.

Ho scoperto il triathlon nel 1995 e da allora ho vestito numeroso maglie azzure con la Nazionale, dal 2001 al 2005. Sono uno da long distance (ovvero 4 chilometri di nuoto, 120 di bici e 30 a piedi) e, soprattutto, amo le gare X-Terra, dove ci sono molte frazioni offroad. Meno asfalto c'è e meglio è.

Per questo dei due Ironman che ho fatto, ho amato in particolar modo quello in Svizzera nel 2001, in cui il tratto in bici era in mountain bike e il livello di dislivello il maggiore al mondo. Mi sono piazzato secondo assoluto.

D - Ma la tua vera impresa è una gara in bici di 7 giorni, in cui non basta un fisico allenato…

Già. L'Iron Bike del 2007, una gara di 700 km a tappe, che si sviluppa su 7 giorni e che sale fino a 3000 metri. Ma la grande difficoltà e, quindi, la sfida sta nel fatto che sei totalmente solo e autonomo, sia dal punto di vista meccanico (se si rompe una ruota o qualcosa), sia dal punto di vista delle notti. Niente alberghi e caldi pasti ristoratori, alla fino di ogni giornata e, quindi, di 8-9 ore di bici con dislivelli assurdi e terreni vari, ti devi arrangiare a montarti la tenda, pulirti la bici e sistemarla e il pranzo è una gavetta. E non solo…

D - In che senso non solo?

È una gara che ha una durissima selezione d'ingresso, ma anche in corso d'opera. È stata fatta per mettere alla prova un atleta nella sua interezza di corpo e mente. Per cui, per esempio, durante il percorso sono segnati punti ristoro che, quando arrivi, non ci sono. Fa parte della sfida… Si gioca su un duplice livello, fisico e psicologo.

Su 150 partiti siamo arrivati in punteggio 45 (nel percorso anche alcuni atleti che non si ritirano possono essere eliminati per via delle penality) di cui io tredicesimo.

D - L'emozione più bella di questa gara?

Dal punto di vista concreto arrivare ai 3100 metri della tappa storica dello Chaberton, con il suo forte maestoso, è una grande soddisfazione. Dall'altro è avercela fatta. Ho portato a termine quella che è una delle gare di biker più dura al mondo.

D - Cosa ti manda avanti in quei momenti?

Ci sono tante cose… Un atleta di endurance pensa tantissimo mentre corre. Pensi ai tuoi sacrifici, alla tua famiglia, a te stesso e a tutto quello che gli altri hanno fatto per permetterti di realizzare il suo sogno. E allora non vuoi deluderli. Vuoi arrivare, perché questa vittoria è anche loro. È una vittoria per la tua donna, per chi ti vuole bene, per i tuoi amici e i colleghi di Europa Sporting Club, con cui ti sei allenato, hai sofferto e, finalmente, ce l'hai fatta.

Mi alleno in Europa Sporting Club dal 1992 due volte al giorno, alle 6 del mattino e alle 20. Capirai che questa è diventata una seconda famiglia, dove c'è anche la mia compagna triatleta. Senza il loro supporto tutto questo non avrebbe potuto essere possibile.


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